Tenera amante della distruzione ti dedico una poesia. Ecco i versi che ho scritto mentre ti pensavo guardando fiumi di nuvole nere sopra la mia città scorrere nel deserto variegato dagli indefiniti confini dell'intima volta stellata. Sono nemico in città amica, condannato ai recessi oscuri dell'odio. Contaminato del male di metropoli ormai senza più mura, dove il dolore, ch'era segregato, adesso è dinamica omeostatica di popoli limitrofi e sperduti carichi di dolore vergine, ma antico. Dove la gente si intossica di promesse e spaccia, al prezzo della cittadinanza, promesse che poi non manterrà. Pusher di sogni effimeri, annunciatori di felicità da discount, cronisti della dolce vita altrui, reporter degli intrichi dell'olimpo. Tesoro, ti mancano gli apologeti della corruzione, i diplomatici dell'egoismo per tutti? Ecco mia cara, Melpomene mi apparve e sentenziò così:
Il fuoco li ha sterminati, ora giacciono come carbone
della betulla e della quercia. Il loro verbo ora è il silenzio.
Silenzio che è anche il nostro silenzio, ora, amore.
Il raccapriccio si è incarnato e giungono folate di assenzio,
aroma di incensi, profumo di visceri e d'ebbra liberazione.
Liberazione che è la nostra liberazione, ora, amore.
Dio stesso nel fuoco sacro li ha puniti per la loro arroganza
e ci ha dato gli occhi per ammirare la sua rovina.
Rovina che anche la nostra rovina, ora, amore.
Dall'apice dell'abisso ci corriamo incontro, bambina
incantevole e leggera nel tuo manto bruno d'organza.
Amore che è il nostro amore, ora.
Spero che tu li gradisca e possano rievocare 'sì forte come a me il giorno del nostro incontro, in me ancora vivido e ardente. Ricordi il gracchiare impetuoso e sordo? Ricordi gli stormi rovistare tra le carcasse brandelli di carne? Erano i corvi dal piumaggio lucido e nero. Punti di tenebra brillante nel cielo rutilante, arancione, spettacolare. Ricordi grattacieli sgretolati e condomini in frantumi? Strade invase di ultracorpi crepitanti e bile secca, acre plasma colante e gemente tra crepacci profondi da parete irta ed erosa da agenti millenari. Sagome avizzite sul tarmac fra mille pose contorte e inconfessabili, brancolanti in un tanfo pungente. Io ricordo la stretta di un sentimento mai provato prima, le lacrime ci scendevano libere e calde. Il nirvana risiedeva nei nostri stomaci puliti, nelle nostre sinapsi strutturate, nelle nostre arterie lisce. E così sotto il cielo organico ci siamo abbracciati forte, la prima volta. E poi ancora. Le lingue sature si scambiavano oro e argento nel nostro caveau prezioso e segreto. Gustavo il tuo profumo fulgente di idromele infuso dai tuoi abiti puri. Ti capivo perché mi capivi. Quindi tutto il resto è estinto e remoto. Fu. Il tuo crine fluente e levantino, leggero ondeggiava ai venti atomici. Il volto tuo così levigato era morbida porcellana e il corpo flessuoso, così perfetto da castigare Afrodite. Era la musica, era il silenzio, era la liberazione, era la rovina, ora è l'amore.
giovedì 15 luglio 2010
Un treno per uno
Quando sei un figlio di puttana e cammini per strada, gli altri figli di puttana come te ti fiutano. Tu stesso essendone uno fiuti loro. Seguono compiaciute occhiate indifferenti e sorrisi strampalati sollevando a malapena un angolo della bocca. Spesso il destro. Ecco, così come quando sei per strada sudato come un verme, ti manca solo la tremarella e ti potrebbero tranquillamente scambiare per un tossico in crisi di astinenza a caccia di una dose, ma mantieni la tua dignità a passo deciso, impettito, un soldatino di piombo. Sguardo fiero di chi dice, "Sì sono sudato. Vuoi stringermi la mano?". Sei un grandissimo figlio di puttana se hai uno nuovo stile originale per dire vaffanculo, talmente inedito che il rambo dei poveri ne risulterebbe stordito o quanto meno sorpreso. Sul serio, non ci trovi più quella sottile differenza tra vero e falso, sicché uno o l'altro per te vanno bene comunque, basta che sia economicamente vantaggioso o almeno si intoni con la tua cravatta a righe anemiche. Posteggiatori d'auto abusivi venuti dall'oltretomba in spalle ai bulli da soma, cam-girls uscite dalla madre bagascia depressa con la voglia di cazzo e verdoni. Paraculi in giacca e borsetta da aperitivo delle 7 amanti di mocassini in pelle di scroto palestrato, cacciatrici di semplificazione attirate dall'ampollosità di certa retorica magniloquente, pazienti armati di kalashnikov che infilano bibbie sozze ai piedi di letti traballanti, vecchie zoccole nel loro corpo pernicioso che si producono unguenti per prevenire la putrefazione direttamente da ghiandole inframammellari auto-impiantate. Sono i sovrazzurri esseri nel social network diffuso dei figli di puttana. Ti invitano a casa se assetati del tuo sangue, ma ti offrono almeno un te.
Ahi noi, ai margini della rete internazionale si formano da autodidatti i piccoli rampolli della disciplina. Si sentono i possessori di una tecnica eccezionale, il manager commerciale a natale è così fiero di loro che sonoramente la pacca sulla spalla riverbera nel foyer del mattatoio in cui lavorano e, naturalmente, vengono pagati per non diventare più bravi di quel che non sono. Concentriamoci ora sulla fenomenologia. Un figlio di puttana di origine protetta è un conoscitore della Storia, ha letto almeno una volta Orazio e sa a memoria il Teeteto. Ha tatuato come minimo il busto di Protagora nell'interno coscia. Ti parla di Enrico VIII come se fosse suo nonno, attento. Davanti allo specchio, prima del telegiornale della sera, cerca di convincere la sua immagine riflessa che sia una persona in carne ed ossa. Poi gli chiede di badare alla vecchia madre inferma perché deve andare a Miami. Anzi dovrebbe essere già là. Tornando al giovane virgulto ha ancora una tenue forma di reverenza autentica, un soffio di fede religiosa insegnata a chi impara a guidare da Knight Rider ed argomentare da telefilm anni '70 con protagonisti afro-americani. Non sa che si impara meglio il codice della strada, quello che non ti insegnano a scuola guida, portando, a bordo di un furgone ospedialiero, un cuore appena espiantato da un tizio schiantato ad un semaforo e prelevato in loco. Aveva una bambola di pezza da regalare alla figlia il giorno del suo terzo compleanno, ma non ce l'ha fatta. Ora, quel cuore mozzato di fresco, andrà di corsa sotto la camicia candida del benefattore della città. Quello che ha costruito le ciminiere a Parco Incontaminato e ha creato tutto quel lavoro per noi. Dove voglio arrivare con questo? Il figlio di puttana inesperto ha troppa fiducia nel suo metodo e se fosse un giocatore di poker non farebbe altro che bluffare alla stessa maniera ogni mano. Il vero figlio di puttana bara, ma non bluffa mai. Non va a caccia di prede, ma di connivenza gerarchica. Dunque le prede arrivano da sole, o perché si sentono più furbe o perché sono verosimilmente decerebrate. Fatto sta che sta seduto ad aspettare sorseggiando una Schweppes producendosi in costanti rutti mascherati da parole pontificatrici. Effluvi iridescenti, minuti quasi-arcobaleni proiettati fra l'afa deforme dell'asfalto che suppura nell'estate più torrida da che ottuagenario possa rievocare. Con una semplice metafora, semplice così che anche tu possa capire, ha deciso che i diamanti sono preziosi, così da un giorno all'altro. Adesso il tuo barbagianni non fa più uova senza le canzoncine delle pubblicità di Anversa.
Credo che in fondo ognuno di noi nasca con una naturale impostazione ad essere un figlio di puttana. Così come per il genio musicale che si manifesta precoce. Così come per il talentuoso che apprende rapidamente ad essere eccellente nel suo campo. Così come c'è chi non è mai niente, eh sì, c'è pure lui d'altronde. Così è pure per quel suddetto gene umano. A differenza delle normali attitudini, il figlio di puttana è indistinguibile dalla parete dalla quale si posa. Non puzza di niente di particolare. Ha sempre la miglior parola da dire in qualsiasi caso per passare indistinto come un'ombra grigia in una coltre di fumo della sala d'attesa della stazione nella quale ti ritrovi dopo un ritardo di quattro ore per il treno che stavi aspettando. Inodore, incolore, insapore... ti lascia un evenescente déjà vu. A volte te lo ruba per sport. Quindi hai capito che solo i figli di puttana riconoscono i figli di puttana. Giustamente.
Ahi noi, ai margini della rete internazionale si formano da autodidatti i piccoli rampolli della disciplina. Si sentono i possessori di una tecnica eccezionale, il manager commerciale a natale è così fiero di loro che sonoramente la pacca sulla spalla riverbera nel foyer del mattatoio in cui lavorano e, naturalmente, vengono pagati per non diventare più bravi di quel che non sono. Concentriamoci ora sulla fenomenologia. Un figlio di puttana di origine protetta è un conoscitore della Storia, ha letto almeno una volta Orazio e sa a memoria il Teeteto. Ha tatuato come minimo il busto di Protagora nell'interno coscia. Ti parla di Enrico VIII come se fosse suo nonno, attento. Davanti allo specchio, prima del telegiornale della sera, cerca di convincere la sua immagine riflessa che sia una persona in carne ed ossa. Poi gli chiede di badare alla vecchia madre inferma perché deve andare a Miami. Anzi dovrebbe essere già là. Tornando al giovane virgulto ha ancora una tenue forma di reverenza autentica, un soffio di fede religiosa insegnata a chi impara a guidare da Knight Rider ed argomentare da telefilm anni '70 con protagonisti afro-americani. Non sa che si impara meglio il codice della strada, quello che non ti insegnano a scuola guida, portando, a bordo di un furgone ospedialiero, un cuore appena espiantato da un tizio schiantato ad un semaforo e prelevato in loco. Aveva una bambola di pezza da regalare alla figlia il giorno del suo terzo compleanno, ma non ce l'ha fatta. Ora, quel cuore mozzato di fresco, andrà di corsa sotto la camicia candida del benefattore della città. Quello che ha costruito le ciminiere a Parco Incontaminato e ha creato tutto quel lavoro per noi. Dove voglio arrivare con questo? Il figlio di puttana inesperto ha troppa fiducia nel suo metodo e se fosse un giocatore di poker non farebbe altro che bluffare alla stessa maniera ogni mano. Il vero figlio di puttana bara, ma non bluffa mai. Non va a caccia di prede, ma di connivenza gerarchica. Dunque le prede arrivano da sole, o perché si sentono più furbe o perché sono verosimilmente decerebrate. Fatto sta che sta seduto ad aspettare sorseggiando una Schweppes producendosi in costanti rutti mascherati da parole pontificatrici. Effluvi iridescenti, minuti quasi-arcobaleni proiettati fra l'afa deforme dell'asfalto che suppura nell'estate più torrida da che ottuagenario possa rievocare. Con una semplice metafora, semplice così che anche tu possa capire, ha deciso che i diamanti sono preziosi, così da un giorno all'altro. Adesso il tuo barbagianni non fa più uova senza le canzoncine delle pubblicità di Anversa.
Credo che in fondo ognuno di noi nasca con una naturale impostazione ad essere un figlio di puttana. Così come per il genio musicale che si manifesta precoce. Così come per il talentuoso che apprende rapidamente ad essere eccellente nel suo campo. Così come c'è chi non è mai niente, eh sì, c'è pure lui d'altronde. Così è pure per quel suddetto gene umano. A differenza delle normali attitudini, il figlio di puttana è indistinguibile dalla parete dalla quale si posa. Non puzza di niente di particolare. Ha sempre la miglior parola da dire in qualsiasi caso per passare indistinto come un'ombra grigia in una coltre di fumo della sala d'attesa della stazione nella quale ti ritrovi dopo un ritardo di quattro ore per il treno che stavi aspettando. Inodore, incolore, insapore... ti lascia un evenescente déjà vu. A volte te lo ruba per sport. Quindi hai capito che solo i figli di puttana riconoscono i figli di puttana. Giustamente.
venerdì 9 luglio 2010
Fuga dal sogno
Non era una profezia, lo sapevo fin dal primo momento. Tu anche. Di certo non ho cercato la fine, io, è venuta da sé finito il tuo sogno. Adesso hai sognato e puoi continuare con la vita che consideri reale, che è un sogno che non ti lascia svegliare. Ma io so che non è reale la tua vita reale, è un sogno fra i tanti possibili sogni che puoi fare. Lo spiegano da sé i miei personaggi che ti hanno accompagnata, fin'ultimo la rappresentazione di te stessa, ricordi? Che paura, e se fosse diventato un doppio sogno?, il nostro... un sogno consensuale, di quelli che diventa realtà?
Se interpreti un innamorato pazzo, di quelli che ti fanno promesse e proposte al limite della follia umana, in quel momento sei effettivamente un innamorato pazzo. Sei quel che fai come quando provi a fare un'espressione triste e infine ti intristisci davvero! Poi, per non cadere nel doppio sogno ecco l'antipatico. Deterrente velenoso, critico acerrimo, polemico fino al midollo. Comoda poliza per la fuga. Però, sotto tante maschere, c'è un attore? Ma chi è veramente l'attore se è ciò che interpreta? Se sta sempre recitando qualcosa come può l'attore contravvenire alla frammentazione della sua identità?
Se interpreti un innamorato pazzo, di quelli che ti fanno promesse e proposte al limite della follia umana, in quel momento sei effettivamente un innamorato pazzo. Sei quel che fai come quando provi a fare un'espressione triste e infine ti intristisci davvero! Poi, per non cadere nel doppio sogno ecco l'antipatico. Deterrente velenoso, critico acerrimo, polemico fino al midollo. Comoda poliza per la fuga. Però, sotto tante maschere, c'è un attore? Ma chi è veramente l'attore se è ciò che interpreta? Se sta sempre recitando qualcosa come può l'attore contravvenire alla frammentazione della sua identità?
venerdì 2 luglio 2010
Levitano
Piangi e ridi. E sei diventata vecchia. Ricordi?
Ricordi i capelli tuoi lucenti,
balsamo della tua bellezza.
Ricordi la tua allegria,
il tuo fulgente mistero?
Se dal nulla mi porti un souvenir, ti prego,
portami una nave.
So già dove andare, amica mia,
lì ci sono stato e so come tornare.
Se mi vuoi fare un dono,
il viaggio è lungo e nero,
solo portami una nave per andare.
Ricordi i capelli tuoi lucenti,
balsamo della tua bellezza.
Ricordi la tua allegria,
il tuo fulgente mistero?
Se dal nulla mi porti un souvenir, ti prego,
portami una nave.
So già dove andare, amica mia,
lì ci sono stato e so come tornare.
Se mi vuoi fare un dono,
il viaggio è lungo e nero,
solo portami una nave per andare.
Iscriviti a:
Post (Atom)