lunedì 16 dicembre 2013

La storia del tempo

La storia del giorno

Mille anni fa ti ho detto "ti amo". Perdonami, non ricordo precisamente dov'ero, proverò a sforzarmi. Ricordo anche una musica suonata dagli archi ed era molta la gente attorno. C'era caldo e tutti noi eravamo poco vestiti. Ricordo che poi ci abbracciammo ed eravamo – ecco sì, mi ricordo qualcosa – in un edificio sorretto da colonne e fuori il cielo era immensamente azzurro. Senza una nuvola da un capo all'altro dell'orizzonte. Il sole era alto. Allora avemmo molta fortuna, più di quella che abbiamo oggi. Suppongo che chiederci perché continuamo ad incontrarci sia quanto meno lecito date le circostanze. A questa domanda non so dare una risposta. Mille anni fa ti ho detto "ti amo" e da allora siamo sempre noi, da qualche parte in questo mondo, a porci tante domande. Sento che siamo stati fortunati ad incontrarci ancora una volta. Forse le cose sono state anche meno semplici di così. Potresti essere stata mio figlio o io il tuo. Non nego che forse avremmo potuto essere stati anche nemici. Quelli che si giurano odio eterno purché siano sempre nei loro reciproci cuori. Lo so. È bizzarro pensarla così, ma dalla regia giocano con tasselli finiti un gioco infinito purché si continui a giocare. Molto tempo fa l'abbiamo chiamata tragedia.
E tu forse non ci crederai. O forse ci crederai. Non lo so. Però mille anni fa, forse di più, non ricordo, ti dissi "ti amo" e forse te lo dissi ancora prima, ma non chiedermi di ricordarlo. Suonava quella musica, eravamo lì, con gli occhi gonfi di pianto con la bocca piena di riso. Figli, amanti, sposi, nemici, ma eravamo lì. Abbiamo corso sui cavalli alla conquista dell'Arabia, abbiamo incendiato Roma con le torce, siamo irrotti in Cina dalla costa dell'India, anche non si chiamavano ancora così. Mi hai bruciato sul rogo, mi hai baciato, mi hai infilzato, mi hai stretto al tuo seno, mi hai sparato, mi hai dato un figlio. Abbiamo sempre visto il mondo crescere, abbiamo fatto crescere il mondo. Forse ci vedranno da altri pianeti, dove la luce è una fotografia del passato, un altroquando di un altrodove, ma da dove la storia di noi non si è ancora compiuta. Ci vedranno sempre qui a girarci intorno come due punti incandescenti che danzano nell'aria, usciti dal falò di un mondo che brucia. Come brucia il mondo che facciamo bruciare.


La storia della notte

Ancora mi cerchi? Lascia perdere i tuoi trucchi, niente può nascondere il tuo viso. Mostrati a me per quello che sei, povera creatura! Lo chiami fuoco, ma non capisci che non c'è nulla che ti può scaldare? Te la faccio semplice così capisci: siamo persi nel vuoto cosmico, che a stento tratteniamo le parole per dare un senso. Povere creature! Lì fuori deve fare davvero così freddo, ché si è spenta la fiaccola della ragione. Io non ti ricordo, non ti ricordo perché l'ora è l'unico tempo. L'unico tempo è adesso e me lo stai facendo perdere cercando di darti un senso con delle parole che nemmeno tu riesci a seguire. Piccola larva... Alza lo sguardo e guarda quanto è vuoto il cielo. Guarda quanto è abbandonato al non avere un tuo destino. Cose esplodono e si ammassano, cose si scontrano e si lasciano. E non ci sono dei! E tu ancora mi cerchi? Non piangere, mostrati umano per una volta! Accetta il non senso del caso, accetta il buio della vita in cui oggi mi dici che mi ami e domani, ch'è già ora, mi guarderai appena, con una trasognata indifferenza come fossi la polvere di una vecchia maceria senza memoria dove i gatti vanno a pisciare!
Sai perché non ti credo? Perché non credo a niente, come tutti del resto.  A cosa vuoi credere? A Cristo, a Maometto, a Buddha? Poveretto, credi pure a ciò che ti fa piacere. Sono la morte, la falsità, l'aporia. Vuoi un mondo da bruciare? Credi piuttosto a quello che vedi, che a bruciare sono le nostre miserie sotto gli stivali degli eserciti al passo dell'oca mentre mio figlio è in galera. Vedi queste bestie in camicia che sorvegliano la tua miseria? Questo è tutto ciò che è vero e non chiedermi nient'altro. È un universo dove la poca coscienza che si è formata, prima di svanire, tenta solo di sbranare per non essere sbranata. Ed è una coscienza disperata, senza speranza, povera creatura. Disperata come questa illusione che tu vedi in me, che non è che il tuo appetito di una pancia che non può mai essere saziata. Se ci vedranno da un altrodove saranno come noi, non temere. Bestie in una stalla, mangiatrici di altre bestie. Ci vedranno sempre qui a girarci intorno, certo! come cenere di un fuoco che, per non crepare di freddo, ci dobbiamo inventare.

mercoledì 20 novembre 2013

Bonsoir

Cerco il fascio di nervi che eccitato ti riporti nella penisola emersa dal mare di nulla, dove giochiamo e giocando quanti di mare vanno e vengono in forma d'onda che apporta e strappa materia. L'ecosistema della penisola, la sua flora, la sua fauna, i suoi dei, vive per noi e muore nei ricordi che sono in noi condivisi e solo per noi uguali e diversi; e questa è la più grande Potenza che è maggiore e altro della somma delle parti. La penisola che scompare è il sogno di noi che per mano voliamo nell'entropia di nuovi ordini che ritornano in sempiterna equilibrata instabilità. Spettacolo, immagine, verità. Decidi tu il confine...

mercoledì 13 febbraio 2013

L'angelo del nulla


C'è un quadro di Klee che Benjamin si portava nella valigia sfuggendo da uno sfacelo all'altro – me l'hai detto tu. Una combinazione di esperienza vissuta e di coscienza alterata gli fa dire di vederci l'angelo della storia. L'angelo della storia con le ali spalancate trascinato dalle spalle dal vento del futuro. Vede davanti a sé la storia come un accumlarsi di rovine che si riversano le une sulle altre. Chiunque non conosca Benjamin vedrebbe uno scarabocchio, una stilizzazione, concedimi di dire orripilante, di un essere umano riccio a braccia aperta. Capelli ricci, non le pagine della storia, dunque. Eppure è una immagine talmente forte da non morire, da conservarsi come simbolo dell'apocalisse a patto di conoscere Benjamin: saliti sulle ali dell'angelo vedremmo la storia come lui.
Guardando con gli occhi dell'angelo non puoi fare a meno di osservare l'abbruttimento crescere ad un ritmo esponenziale. Quegli occhi vedono la devastazione che ogni azione umana esercita sulle azioni che le seguiranno come in un domino, dove ogni tassello di questo gioco è un nuovo relitto che cade su una montagna di rifiuti, in un tempo lineare.
Manca un quadro, giustamente, in cui un altro angelo guarda il vuoto, o, se suona meglio, non guarda. È forse più anziano, ma si dice in alcuni ambienti che cinismo e anzianità vadano a braccetto. Forse non sta a noi giudicare: anche i bambini sanno essere cinici. Questo angelo non vede niente, ma non perché sia cieco. Non vede niente per il motivo che quello che si mostra ai suoi occhi perde significato ancora prima di conquistarlo. È circondato dal nulla e non sta andando da nessuna parte. E persino le rovine sono per lui non più di nulla in quanto non ci trova senso. Forse è l'angelo che piace meno a nostro Signore poiché non segue nessun ordine, non ha nessun criterio di discernimento tra ciò che può gradire il suo patrono e, per forza di cose, di ciò che non gradirebbe. È l'angelo che canta di meno la Sua gloria dove qualcuno la può ascoltare, ossia tra gli uomini. L'angelo del nulla semplicemente è e non si cura.
Se vogliamo trovare una forma di sapienza nell'angelo del nulla è il suo eterno dimenticare, la sua mancanza di ricordo del luogo da cui proviene, di chi sia, di quale sia il posto verso cui è diretto, di cosa sono le cose intorno al suo corpo e di come interpretarle. Non sa probabilmente di sé stesso, ma questa mancanza di memoria cosa non è se non il sempiterno ciclo delle stagioni cosmiche?
L'angelo del nulla è, sembrerà strano, l'angelo della vita e come questa muove senza la scorta di grandi giustificazioni sulle quali basare la propria espressione. Di fatto è come non prendesse mai decisioni dato che la sua essenza non prevede un'ermeneutica della realtà dalla quale inferire e giudicare. E non ha di conseguenza nemmeno un destino, se con destino intendiamo il progetto caduco nel quale siamo gettati. I nostri occhi sono meravigliati di quella meraviglia che può avere un uomo al suo cospetto che cerchi di specchiarsi: non avere destino è insopportabile, non resistiamo facilmente all'idea che la caducità del nostro progetto sia ingiustificata, come un foglio di carta, uno schizzo gettato, nell'attesa di un'idea migliore del creatore. Con meraviglia appunto guardiamo all'angelo del nulla, ma lui – come già detto –, l'angelo del nulla non ci vede.
Tale condizione può essere giudicata, provando ad immedesimari nell'angelo, come una punizione che gli è stata inflitta, ma la mancanza di destino è la quintessenza della sua libertà, poiché il destino è il programma e il programma è il destino.
L'angelo del nulla è la fine della storia, non c'è più niente da ricordare perché non c'è più nessun posto dove andare.

Perché dico questo? Perché ogni storia ha il suo angelo custode, che sorveglia il numinoso all'interno della storia stessa. L'angelo della nostra storia non è l'angelo di Benjamin, che digrigna i denti impigliato in una tormenta che semina una devastazione crescente. Semmai è l'angelo del nulla: una storia nata dal nulla, diretta al nulla, senza un perché e senza un destino. Una storia clandestina che nasce già dimentica e senza tracce. Ogni messaggio è eliminato dopo essere stato comunicato, ogni conversazione svanisce dopo aver mosso le labbra, ogni pagina scritta è sapientemente cancellata allo stesso modo con cui Penelope tesse di giorno e sfila di notte il lenzuolo di Laerte. Ogni bacio viene dato e scordato, come le lenzuola vengono riassettate per poterle scomporre di nuovo quando torneremo a letto.