venerdì 12 dicembre 2014

Un Miracolo Avvenne Ma Inutile

R+C
Un fiume di sentimenti abitano il mio corpo ora. La mia casa ora è nuova, ha un posto vuoto che prima non si vedeva così tanto. Nemmeno io che sono avvezzo alla parola so dirti cosa provo. Mi sento bene e male contemporaneamente, tenuto in equilibrio dalla bilancia, anche lo scorpione cambia la sua pelle, si rende docile alle forze magnetiche più grandi della sua figura finita. Questo tono, la mia voce interiore che giunge al tuo orecchio, R., orecchio gentile e fine come tutta la tua persona, forse nemmeno tu sei di questo mondo. Sei una rosa preziosa e per questo il mondo ti chiama per ammirare la tua bellezza, le tue forme sottili e delicate, le tua geometria elegante che nella sua semplicità cela la purezza e la magnanimità di un cuore grande. Grande come l'amore.
Non conosco le parole, per questo sono commosso, di una commozione smisurata e i miei polmoni, la mia trachea, la mia bocca non sanno che cantare la tua bellezza, la tua luce che si spande tra le cose a illuminarle in modo nuovo. Un modo in cui rimango sbalordito e, sebbene scriva e pensi, dentro sono muto e brillo della tua pulsazione calda che tuttora pervade questo luogo che hai visitato. La tua vibrazione tocca la funzione principale del cervello e nulla sta fermo, tutto si muove, tutto sta fermo, niente si muove. Sono nudo e perso, ma mi sento forte e lucido. Grazie di essere qui.
Non leggere queste parole come una cambiale, la tua libertà nell'uccidermi gentilmente non te la negherò mai.


I am love, you do love
Hai mai sentito questo detto: la donna pensa come ama e l'uomo ama come pensa? La saggezza popolare mi ha sempre dato di che riflettere; quantitativamente i detti che resistono all'aggressione del tempo sono pochi e devono avere qualcosa di vero - nel senso forte del termine - da insegnare se sopravvivono di bocca in bocca alle generazioni. Ricordo benissimo, e credo mi rimarrà impresso nella memoria, la tua affermazione: I am love and you do love. Trovo un nesso tra questi due motti ed è piuttosto semplice, ma ancora lo collego alle terme di C. Ricordi tesoro, al tuo invito di farmi guidare da te come io facevo con te seguito dal mio rifiuto? Rifiuto non dato da un esigenza di coprire un ruolo culturalmente tradizionale. Ricordo che te l'ho motivato così: l'acqua calda delle terme in cui tu eri immersa e rilassata, in cui spontaneamente ti lasciavi lambire, erano niente meno che una metafora del campo in cui ci troviamo ogni giorno. Tu tra le mie braccia, sospesa dalla spinta di Archimede, e io gli occhi che osservano l'orizzonte per dare una guida alla nostro volume carnoso e non farlo scontrare addosso agli imprevisti. Sono queste le due forme d'amore che diventano una massa uniforme composta da due unità numericamente separate? Sono questi il femminino e il maschile che si attivano allo stesso stimolo in due modalità diverse? Il tuo cuore caldo che riempie, la sostanza, e la mia mente fredda che compone, la forma, sono l'essenza dell'unico essere che non saprei come chiamare?
Ora ti dico questo, in linea di massima uno dei mali comuni degli abitanti di questa epoca, secondo me tutto ci sfugge perché deve consumarsi per un dictat implicito nelle clausole industriali. Che senso ha l'industria se riusciamo ad emanciparci dall'asfissia di un costante bisogno sempre artificialmente rinnovato? Artificialmente in vari modi, uno di questi - che forse è uno dei più sottili - è di non avere il tempo di realizzare e, un passo prima di realizzare, di ricordare e di riflettere. Sinonimo di realizzare è afferrare (come "hai afferrato il concetto? hai realizzato?") ma cosa possiamo afferrare in un mondo che si sfalda al solo guardarlo?, tenuti in un regime continuo di miseria, cosa possiamo fissare di un mondo che sembra illusoriamente cambiare ma segretamente resta sempre il medesimo? Fissare, tenere fisso, ma fissare è anche di fissione, cioè il produrre quantità enormi di energia...


Il paradosso di quegli occhi
In primo luogo mi scuso per aver detto quello che ho detto, non era nè il momento nè il luogo per quello scazzo, ma sono umano troppo umano. Avrei dovuto trovare parole diverse, parole che vadano incontro al tuo essere in quel momento  - a parole tue - disperata, ma traspare che sia arrabbiato e non ho modo di soprassedermi. Anch'io ho paura, ho paura di fare in modo che quello che un tempo desideravamo non si realizzi più. Sto resistendo. Mi sembra a volte che ogni azione sia lanciata nel vuoto e ogni volta vada ricostruita, ricordata, trattenuta, che il nostro parlare per ore e ore tessa e poi destituisca come due mani di cui una scrive e l'altra cancelli. Ogni volta è tutto da rifare. Ma nel silenzio dei due giorni appena passati mi sono reso chiaramente conto di quanto ogni mia fibra silenziosa ti desideri e sia disposta a te. Come probabilmente - penso e sento - ogni fibra silenziosa di te contraccambi. Ogni aspetto interiore della nostra forma si disponga per totalizzarsi. E mi viene in mente quella sera a S. C. dove il tuo corpo e la tua mente comunicavano una contraddizione, un paradosso. Il paradosso di quegli occhi che quando sono vicini si capiscono e si possono parlare con la loro voce silenziosa e quando sono lontani non si conoscono, si osservano, si giudicano, si allontanano nello stesso silenzio in cui, da vicini, nessuno avrebbe giurato che non si sarebbero più cercati. Di nuovo. Le parole dicevano no, il corpo diceva si. E questa non è una contraddizione? Un essere separato in se stesso? Con il fiato sospeso ti dicevo quelle parole, che chiunque avrebbe inteso le stesse parole come una tenera ammissione proferita nella rigida sagoma di un comunicato giornalistico del secondo dopoguerra. E allora vorrei cercare il pulsante di reset, premerlo. Partire da quel punto che possiamo decidere e cancellare solo quello non vogliamo. Quello che non vorrei averti detto, quello che non vorresti avermi detto. Quello che vorrei essere, quella che vorresti essere. Il resto non è che qualche segnale neurale che possiamo giudicare volontariamente irreale. Dimmi cosa vorresti che non ti abbia detto, perché so di certo cosa non vorrei essermi sentito dire. Vorrei quella grazia, ma non sono il cavaliere delle fiabe, e se ci tieni, sono - nelle mia ambiguità e contraddizioni - in fondo pronto a porre ciò che sono per poterla costruire.


Volevo cercare una poesia
Volevo cercare una poesia da mettere sulla mia bacheca facebook, ma la poesia invece sono le nostre parole R., il poeta è noi. Se lucidità è riflettere la luce, allora facciamole da specchi. La luce va dove vuole, limitata nella velocità da leggi cosmiche, ma a rifletterla alla fin fine siamo noi. Cos'è il poeta, questo noi riflettente, se non lo specchio lucido da cui il mondo si trasforma in parola?
La poesia di novembre potrebbe essere così, spregiudicatezza e follia sono le parole chiare e illuminate dal noi riflettente. Serve follia per creare e la nostra storia è l'esempio lampante di questo bisogno. Erasmo ne ha scritto un elogio ed è rimasto nella storia, cioè ha lasciato una traccia, non per la sua prodigiosa memoria, non per la sua intelligenza a diverse deviazione standard sulla curva di destra, ma per uno scritto che potrebbe salvarci. Belle parole "salviamo la balena", "salviamo i bambini", "salviamo l'Africa", "salviamo il mondo", ma chi salva qualcosa se non salva se stesso? 
Salvare da cosa? Bella domanda. Salvare forse è più del proteggere dall'estinguere. Come un incendio. Salvare sarebbe lasciare bruciare ma non è solo così. Salvare è tante cose e il lumen della follia ne sembra una componente essenziale.
Scrivo a te ma scrivo a noi, quindi scrivo anche a me stesso. E sento in questo tanta follia R., mia dolcissima ricercatrice. Cosa spinge la scrittura, o la prima lettera, o il bacio di un arrivederci, se non la passione? Follia e passione, salvare e amare. Trovo in questo altresì il segno della poesia, poesia che è il segno che lasciamo e a cui ci aggrappiamo. Posia di cui timidamente chiediamo sia la nostra vita: segno, follia, salvezza e amore. Quadrato o cerchio? Forse la seconda dato che si abbisognano l'un l'altro, forse aspetti di una stessa luce. Segniamo per amare, amiamo per salvare, salviamo per follia, impazziamo per un segno, salviamo per segnare, and so on.  
Buon rientro e grazie per le tue labbra, amore che non mi riconosci ma mi ami, amore che ti riconosco e in attesa di questa poesia.

Celebrare la vita
Celebre è origine del verbo celebrare. Rendere, agire in modo di fare, la vita celebre. L'etimo della parola "celebre" è assai diverso dall'uso contemporaneo della parola. Noi diciamo celebre e pensiamo ad un cantante, un presentatore, ecc. una persona dello spettacolo che spicca e viene riconosciuta da altri come tale, celebre. La sua celebrità sta negli occhi degli altri: "celebre" è qualcuno per qualcosa di memorabile, degno di memoria. Celebrare invece lo diciamo di un rito, quale può essere una festa o una messa. Eppure ha qui un senso diverso e più originario, perché celebrare - leggo - significa "frequentare" e "abitare". Questo è l'uso latino almeno, che la parola l'hanno immessa loro (probabilmente deriva da un proto-sanscrito, poiché la stirpe è quella). Da come si sia passati dal "frequentare" alla "fama" deve essere interessante, perché con le parole facciamo veramente la differenza nella nostra vita storica.
Questo preambolo, che sembra fumoso, in realtà per me è chiarificante. E ti spiego come. Si allaccia alla tua chiosa sulla tristonità, alla quale ti risposi che siamo nel posto sbagliato. Ora abbiamo un ufficio migliore per dirlo, diciamo che non frequentiamo il posto che fa per noi. Allora dovremmo dire che celebriamo il posto che non fa celebrare la vita? Niente affatto, non lo celebriamo proprio. Ci passiamo attraverso staccando ogni relazione con la vita o quasi, che rimandiamo a momenti futuri e per niente chiari. Siamo vissuti, siamo celebrati. Ma noi non viviamo e non celebriamo, se non a stento.
Cosa è celebrare? Qualcosa di grande o memorabile? Facciamo un gedankenexperiment. Siamo gli unici due esseri viventi sulla terra autocoscienti per cui possiamo staccare "celebrare" da "fama" o "lasciare traccia". Per me celebrare la vita sarebbe all'improvviso sentirmi di una dimensione indefinita osservando il cielo, sentirmi infinitamente piccolo tanto che "piccolo" non ha più senso e non serve più misura per niente. Questo lo provi anche tu, qualsiasi sia il suo nome, e capiamo quello che sta succedendo come in uno svelamento. Celebriamo il cosmo e il suo mistero. Celebrare la vita è poi averti di fianco mentre si fa notte e abbassiamo le tapparelle per non fare entrare la luce del mattino.

Qualcosa di spiacevole

Da qualche giorno ho una sensazione spiacevole in corpo. Parte dallo stomaco e arriva fino alle ginocchia. Mi indebolisce. A volte tento di resisterle. Poi la lascio andare e mi ci immergo per capirla. E come descriverla? Può essere come un campo magnetico che mi risucchia dall'interno, non è spiacevole in quanto tale, ma è la sua valenza neutra a renderla inquietante. Se fosse per lei dovrei rimanere a osservarla finché perdo la memoria, come se rinascessi da una forma larvante. È una forza totale, che crea i suoi confini silenziosi da proteggere con l'aggressività dei soldati in prima linea. Una trincea sfocata, una esplosione di sordità.
Che spiegazione posso dare? Forse è l'aver dato fino a creare un buco nell'anima da cui sto sgorgando via. Ultimamente mi chiedo con rinnovata ingenuità cosa è vero e cosa non lo è, se con vero intendo i riferimenti su cui basavo una breve condotta di riqualificazione della vita. Sembra di non potere uscire dal sogno degli altri, o dal sonno degli altri. Vengo sognato, il mio tempo non è mai il mio. È il calcolo di qualche cinico, di qualche stratega, di qualche affamato faccendiere. Sono la pedina solitaria in mezzo alla scacchiera e faccio gola a fanti, regine e torri. Avevo provato a smettere di giocare, ma non ero pronto. O meglio, lo ero, ma forse non era il momento. Smettere di giocare è più difficile che giocare, pure il Buddha diceva che se ti concentro solo sul tuo respiro per un'ora sei meglio di lui. Dobbiamo giocare! E volevo smettere di giocare per l'esatto motivo per cui ora ho questa sensazione. Vuoto, inutilità, nullità, insensatezza, illusione, delusione. Solo che per smettere di giocare devi amere tutto ciò, il nulla che è ogni mossa. Nulla che è tutta la scacchiera. Va proferito il nulla. Solo che smettere di giocare non è divertente e - come si dice - non ho voglia di pensarci.
Cos'è l'illuminazione in fondo? La rottura delle necessità, l'annichilimento dei modali - tutto è possibile e se tutto è possibile allora niente è possibile, se tutto è impossible nulla è necessario - da cui vigono allora tutti i controfattuali, ossia nessuna legge. L'illuminazione è il niente. Niente è la luce. Allora se l'illuminazione è il niente lo è anche questa sensazione che cercherò di estrovertire - prima o poi -  per far implodere il fuori.