La storia del giorno
Mille anni fa ti ho detto
"ti amo". Perdonami, non ricordo precisamente dov'ero,
proverò a sforzarmi. Ricordo anche una musica suonata dagli archi ed
era molta la gente attorno. C'era caldo e tutti noi eravamo poco
vestiti. Ricordo che poi ci abbracciammo ed eravamo – ecco sì, mi
ricordo qualcosa – in un edificio sorretto da colonne e fuori il
cielo era immensamente azzurro. Senza una nuvola da un capo all'altro
dell'orizzonte. Il sole era alto. Allora avemmo molta fortuna, più di quella che
abbiamo oggi. Suppongo che chiederci perché continuamo ad
incontrarci sia quanto meno lecito date le circostanze. A questa
domanda non so dare una risposta. Mille anni fa ti ho detto "ti
amo" e da allora siamo sempre noi, da qualche parte in questo
mondo, a porci tante domande. Sento che siamo stati fortunati ad
incontrarci ancora una volta. Forse le cose sono state anche meno
semplici di così. Potresti essere stata mio figlio o io il tuo. Non
nego che forse avremmo potuto essere stati anche nemici. Quelli che
si giurano odio eterno purché siano sempre nei loro reciproci cuori.
Lo so. È bizzarro pensarla così, ma dalla regia giocano con
tasselli finiti un gioco infinito purché si continui a giocare.
Molto tempo fa l'abbiamo chiamata tragedia.
E tu forse non ci crederai.
O forse ci crederai. Non lo so. Però mille anni fa, forse di più,
non ricordo, ti dissi "ti amo" e forse te lo dissi ancora
prima, ma non chiedermi di ricordarlo. Suonava quella musica, eravamo
lì, con gli occhi gonfi di pianto con la bocca piena di riso. Figli,
amanti, sposi, nemici, ma eravamo lì. Abbiamo corso sui cavalli alla
conquista dell'Arabia, abbiamo incendiato Roma con le torce, siamo
irrotti in Cina dalla costa dell'India, anche non si chiamavano
ancora così. Mi hai bruciato sul rogo, mi hai baciato, mi hai
infilzato, mi hai stretto al tuo seno, mi hai sparato, mi hai dato un
figlio. Abbiamo sempre visto il mondo crescere, abbiamo fatto
crescere il mondo. Forse ci vedranno da altri pianeti, dove la luce è
una fotografia del passato, un altroquando di un altrodove, ma da
dove la storia di noi non si è ancora compiuta. Ci vedranno sempre
qui a girarci intorno come due punti incandescenti che danzano
nell'aria, usciti dal falò di un mondo che brucia. Come brucia il
mondo che facciamo bruciare.
La storia della notte
Ancora mi cerchi? Lascia
perdere i tuoi trucchi, niente può nascondere il tuo viso. Mostrati
a me per quello che sei, povera creatura! Lo chiami fuoco, ma non
capisci che non c'è nulla che ti può scaldare? Te la faccio
semplice così capisci: siamo persi nel vuoto cosmico, che a stento
tratteniamo le parole per dare un senso. Povere creature! Lì fuori
deve fare davvero così freddo, ché si è spenta la fiaccola della
ragione. Io non ti ricordo, non ti ricordo perché l'ora è l'unico
tempo. L'unico tempo è adesso e me lo stai facendo perdere cercando
di darti un senso con delle parole che nemmeno tu riesci a seguire.
Piccola larva... Alza lo sguardo e guarda quanto è vuoto il cielo.
Guarda quanto è abbandonato al non avere un tuo destino. Cose
esplodono e si ammassano, cose si scontrano e si lasciano. E non ci
sono dei! E tu ancora mi cerchi? Non piangere, mostrati umano per una
volta! Accetta il non senso del caso, accetta il buio della vita in
cui oggi mi dici che mi ami e domani, ch'è già ora, mi guarderai
appena, con una trasognata indifferenza come fossi la polvere di una
vecchia maceria senza memoria dove i gatti vanno a pisciare!
Sai perché non ti credo? Perché non credo a niente, come tutti del resto. A cosa vuoi credere? A Cristo, a Maometto, a Buddha? Poveretto, credi pure a ciò che ti fa piacere. Sono la morte, la falsità, l'aporia. Vuoi un mondo da bruciare? Credi piuttosto a quello che vedi, che a bruciare sono le nostre miserie sotto gli stivali degli eserciti al passo dell'oca mentre mio figlio è in galera. Vedi queste bestie in camicia che sorvegliano la tua miseria? Questo è tutto ciò che è vero e non chiedermi nient'altro. È un universo dove la poca coscienza che si è formata, prima di svanire, tenta solo di sbranare per non essere sbranata. Ed è una coscienza disperata, senza speranza, povera creatura. Disperata come questa illusione che tu vedi in me, che non è che il tuo appetito di una pancia che non può mai essere saziata. Se ci vedranno da un altrodove saranno come noi, non temere. Bestie in una stalla, mangiatrici di altre bestie. Ci vedranno sempre qui a girarci intorno, certo! come cenere di un fuoco che, per non crepare di freddo, ci dobbiamo inventare.
Sai perché non ti credo? Perché non credo a niente, come tutti del resto. A cosa vuoi credere? A Cristo, a Maometto, a Buddha? Poveretto, credi pure a ciò che ti fa piacere. Sono la morte, la falsità, l'aporia. Vuoi un mondo da bruciare? Credi piuttosto a quello che vedi, che a bruciare sono le nostre miserie sotto gli stivali degli eserciti al passo dell'oca mentre mio figlio è in galera. Vedi queste bestie in camicia che sorvegliano la tua miseria? Questo è tutto ciò che è vero e non chiedermi nient'altro. È un universo dove la poca coscienza che si è formata, prima di svanire, tenta solo di sbranare per non essere sbranata. Ed è una coscienza disperata, senza speranza, povera creatura. Disperata come questa illusione che tu vedi in me, che non è che il tuo appetito di una pancia che non può mai essere saziata. Se ci vedranno da un altrodove saranno come noi, non temere. Bestie in una stalla, mangiatrici di altre bestie. Ci vedranno sempre qui a girarci intorno, certo! come cenere di un fuoco che, per non crepare di freddo, ci dobbiamo inventare.
Nessun commento:
Posta un commento