R+C
Un fiume di sentimenti abitano il mio corpo ora. La mia casa ora è nuova, ha un posto vuoto che prima non si vedeva così tanto. Nemmeno io che sono avvezzo alla parola so dirti cosa provo. Mi sento bene e male contemporaneamente, tenuto in equilibrio dalla bilancia, anche lo scorpione cambia la sua pelle, si rende docile alle forze magnetiche più grandi della sua figura finita. Questo tono, la mia voce interiore che giunge al tuo orecchio, R., orecchio gentile e fine come tutta la tua persona, forse nemmeno tu sei di questo mondo. Sei una rosa preziosa e per questo il mondo ti chiama per ammirare la tua bellezza, le tue forme sottili e delicate, le tua geometria elegante che nella sua semplicità cela la purezza e la magnanimità di un cuore grande. Grande come l'amore.
Un fiume di sentimenti abitano il mio corpo ora. La mia casa ora è nuova, ha un posto vuoto che prima non si vedeva così tanto. Nemmeno io che sono avvezzo alla parola so dirti cosa provo. Mi sento bene e male contemporaneamente, tenuto in equilibrio dalla bilancia, anche lo scorpione cambia la sua pelle, si rende docile alle forze magnetiche più grandi della sua figura finita. Questo tono, la mia voce interiore che giunge al tuo orecchio, R., orecchio gentile e fine come tutta la tua persona, forse nemmeno tu sei di questo mondo. Sei una rosa preziosa e per questo il mondo ti chiama per ammirare la tua bellezza, le tue forme sottili e delicate, le tua geometria elegante che nella sua semplicità cela la purezza e la magnanimità di un cuore grande. Grande come l'amore.
Non conosco le parole, per questo sono
commosso, di una commozione smisurata e i miei polmoni, la mia trachea,
la mia bocca non sanno che cantare la tua bellezza, la tua luce che si
spande tra le cose a illuminarle in modo nuovo. Un modo in cui rimango
sbalordito e, sebbene scriva e pensi, dentro sono muto e brillo della
tua pulsazione calda che tuttora pervade questo luogo che hai visitato.
La tua vibrazione tocca la funzione principale del cervello e nulla sta
fermo, tutto si muove, tutto sta fermo, niente si muove. Sono nudo e
perso, ma mi sento forte e lucido. Grazie di essere qui.
Non leggere queste parole come una cambiale, la tua libertà nell'uccidermi gentilmente non te la negherò mai.
I am love, you do love
Hai mai sentito questo
detto: la donna pensa come ama e l'uomo ama come pensa? La saggezza
popolare mi ha sempre dato di che riflettere; quantitativamente i detti
che resistono all'aggressione del tempo sono pochi e devono avere
qualcosa di vero - nel senso forte del termine - da insegnare se
sopravvivono di bocca in bocca alle generazioni. Ricordo benissimo, e
credo mi rimarrà impresso nella memoria, la tua affermazione: I am love
and you do love. Trovo un nesso tra questi due motti ed è piuttosto
semplice, ma ancora lo collego alle terme di C. Ricordi tesoro, al
tuo invito di farmi guidare da te come io facevo con te seguito dal mio
rifiuto? Rifiuto non dato da un esigenza di coprire un ruolo
culturalmente tradizionale. Ricordo che te l'ho motivato così: l'acqua
calda delle terme in cui tu eri immersa e rilassata, in cui
spontaneamente ti lasciavi lambire, erano niente meno che una metafora
del campo in cui ci troviamo ogni giorno. Tu tra le mie braccia, sospesa
dalla spinta di Archimede, e io gli occhi che osservano l'orizzonte per
dare una guida alla nostro volume carnoso e non farlo scontrare addosso
agli imprevisti. Sono queste le due forme d'amore che diventano una
massa uniforme composta da due unità numericamente separate? Sono questi
il femminino e il maschile che si attivano allo stesso stimolo in due
modalità diverse? Il tuo cuore caldo che riempie, la sostanza, e la mia
mente fredda che compone, la forma, sono l'essenza dell'unico essere che
non saprei come chiamare?Il paradosso di quegli occhi
In primo luogo mi scuso per aver detto quello che ho detto, non era nè il momento nè il luogo per quello scazzo, ma sono umano troppo umano. Avrei dovuto trovare parole diverse, parole che vadano incontro al tuo essere in quel momento - a parole tue - disperata, ma traspare che sia arrabbiato e non ho modo di soprassedermi. Anch'io ho paura, ho paura di fare in modo che quello che un tempo desideravamo non si realizzi più. Sto resistendo. Mi sembra a volte che ogni azione sia lanciata nel vuoto e ogni volta vada ricostruita, ricordata, trattenuta, che il nostro parlare per ore e ore tessa e poi destituisca come due mani di cui una scrive e l'altra cancelli. Ogni volta è tutto da rifare. Ma nel silenzio dei due giorni appena passati mi sono reso chiaramente conto di quanto ogni mia fibra silenziosa ti desideri e sia disposta a te. Come probabilmente - penso e sento - ogni fibra silenziosa di te contraccambi. Ogni aspetto interiore della nostra forma si disponga per totalizzarsi. E mi viene in mente quella sera a S. C. dove il tuo corpo e la tua mente comunicavano una contraddizione, un paradosso. Il paradosso di quegli occhi che quando sono vicini si capiscono e si possono parlare con la loro voce silenziosa e quando sono lontani non si conoscono, si osservano, si giudicano, si allontanano nello stesso silenzio in cui, da vicini, nessuno avrebbe giurato che non si sarebbero più cercati. Di nuovo. Le parole dicevano no, il corpo diceva si. E questa non è una contraddizione? Un essere separato in se stesso? Con il fiato sospeso ti dicevo quelle parole, che chiunque avrebbe inteso le stesse parole come una tenera ammissione proferita nella rigida sagoma di un comunicato giornalistico del secondo dopoguerra. E allora vorrei cercare il pulsante di reset, premerlo. Partire da quel punto che possiamo decidere e cancellare solo quello non vogliamo. Quello che non vorrei averti detto, quello che non vorresti avermi detto. Quello che vorrei essere, quella che vorresti essere. Il resto non è che qualche segnale neurale che possiamo giudicare volontariamente irreale. Dimmi cosa vorresti che non ti abbia detto, perché so di certo cosa non vorrei essermi sentito dire. Vorrei quella grazia, ma non sono il cavaliere delle fiabe, e se ci tieni, sono - nelle mia ambiguità e contraddizioni - in fondo pronto a porre ciò che sono per poterla costruire.
Volevo cercare una poesia
Volevo cercare una poesia da mettere sulla mia bacheca facebook, ma la poesia invece sono le nostre parole R., il poeta è noi. Se lucidità è riflettere la luce, allora facciamole da specchi. La luce va dove vuole, limitata nella velocità da leggi cosmiche, ma a rifletterla alla fin fine siamo noi. Cos'è il poeta, questo noi riflettente, se non lo specchio lucido da cui il mondo si trasforma in parola?
La poesia di
novembre potrebbe essere così, spregiudicatezza e follia sono le parole
chiare e illuminate dal noi riflettente. Serve follia per creare e la
nostra storia è l'esempio lampante di questo bisogno. Erasmo ne ha
scritto un elogio ed è rimasto nella storia, cioè ha lasciato una
traccia, non per la sua prodigiosa memoria, non per la sua intelligenza a
diverse deviazione standard sulla curva di destra, ma per uno scritto
che potrebbe salvarci. Belle parole "salviamo la balena", "salviamo i
bambini", "salviamo l'Africa", "salviamo il mondo", ma chi salva
qualcosa se non salva se stesso?
Salvare da cosa? Bella domanda. Salvare forse è più del proteggere dall' estinguere.
Come un incendio. Salvare sarebbe lasciare bruciare ma non è solo così.
Salvare è tante cose e il lumen della follia ne sembra una componente
essenziale.
Scrivo a te ma scrivo a noi, quindi scrivo anche a
me stesso. E sento in questo tanta follia R., mia dolcissima
ricercatrice. Cosa spinge la scrittura, o la prima lettera, o il bacio
di un arrivederci, se non la passione? Follia e passione, salvare e
amare. Trovo in questo altresì il segno della poesia, poesia che è il
segno che lasciamo e a cui ci aggrappiamo. Posia di cui timidamente
chiediamo sia la nostra vita: segno, follia, salvezza e amore. Quadrato o
cerchio? Forse la seconda dato che si abbisognano l'un l'altro, forse
aspetti di una stessa luce. Segniamo per amare, amiamo per salvare,
salviamo per follia, impazziamo per un segno, salviamo per segnare, and
so on.
Buon rientro e grazie per le tue labbra, amore che
non mi riconosci ma mi ami, amore che ti riconosco e in attesa di
questa poesia.Celebrare la vita
Celebre è origine del verbo celebrare. Rendere, agire in modo di
fare, la vita celebre. L'etimo della parola "celebre" è assai diverso
dall'uso contemporaneo della parola. Noi diciamo celebre e pensiamo ad
un cantante, un presentatore, ecc. una persona dello spettacolo che
spicca e viene riconosciuta da altri come tale, celebre. La sua
celebrità sta negli occhi degli altri: "celebre" è qualcuno per qualcosa
di memorabile, degno di memoria. Celebrare invece lo diciamo di un
rito, quale può essere una festa o una messa. Eppure ha qui un senso
diverso e più originario, perché celebrare - leggo - significa
"frequentare" e "abitare". Questo è l'uso latino almeno, che la parola
l'hanno immessa loro (probabilmente deriva da un proto-sanscrito, poiché
la stirpe è quella). Da come si sia passati dal "frequentare" alla
"fama" deve essere interessante, perché con le parole facciamo veramente
la differenza nella nostra vita storica.
Questo preambolo, che
sembra fumoso, in realtà per me è chiarificante. E ti spiego come. Si
allaccia alla tua chiosa sulla tristonità, alla quale ti risposi che
siamo nel posto sbagliato. Ora abbiamo un ufficio migliore per dirlo,
diciamo che non frequentiamo il posto che fa per noi. Allora dovremmo
dire che celebriamo il posto che non fa celebrare la vita? Niente
affatto, non lo celebriamo proprio. Ci passiamo attraverso staccando
ogni relazione con la vita o quasi, che rimandiamo a momenti futuri e
per niente chiari. Siamo vissuti, siamo celebrati. Ma noi non viviamo e
non celebriamo, se non a stento.
Cosa è celebrare? Qualcosa di
grande o memorabile? Facciamo un gedankenexperiment. Siamo gli unici due
esseri viventi sulla terra autocoscienti per cui possiamo staccare
"celebrare" da "fama" o "lasciare traccia". Per me celebrare la vita
sarebbe all'improvviso sentirmi di una dimensione indefinita osservando
il cielo, sentirmi infinitamente piccolo tanto che "piccolo" non ha più
senso e non serve più misura per niente. Questo lo provi anche
tu, qualsiasi sia il suo nome, e capiamo quello che sta succedendo come
in uno svelamento. Celebriamo il cosmo e il suo mistero. Celebrare la
vita è poi averti di fianco mentre si fa notte e abbassiamo le tapparelle per non fare entrare la luce del mattino.
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